Copertina Corday

Charlotte Corday: il processo surreale di una bella assassina.

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Il caso di Charlotte Corday conserva ancora oggi, dopo più di duecento anni, qualche cosa di surreale.

Prima di studiare il suo processo, ho tentato di inquadrare – almeno in parte – l’enigmatica natura di mademoiselle Marie Anne Charlotte de Corday d’Armont (1768-1793), originaria di una famiglia povera ma di nobili origini, risalenti addirittura al “Grande Corneille”, il drammaturgo che incarnò – assieme a Molière e Racine– lo spirito classicista dell’Ancien Régime.

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Jean-Jacques Hauer, ritratto di Charlotte Corday in prigione (photo from wikipedia).

Per venticinque anni, la brava Charlotte non aveva rappresentato mai un problema per nessuno. Pur venendo educata in un’abbazia reale che raccoglieva ragazze povere uscite dalla nobiltà e pur essendo avviata alla vita religiosa, Charlotte aveva approfondito lo studio della filosofia e delle nuove idee illuministe, ammirando gli scritti di Rousseau e convincendosi – con l’avvento della Rivoluzione francese – della necessità di dare una Costituzione al Paese.
Nessuna macchia nel suo passato, fatto di studio e riservatezza. Unico neo, un carattere estremamente deciso. Un suo parente scrisse di lei:

«Charlotte aveva il fuoco sacro dell’indipendenza, le sue idee erano ferme e assolute. Ella faceva quello che voleva. Non la si poteva contraddire, ciò era inutile, ella non aveva mai dei dubbi, mai delle incertezze.» 

Da “Les Grandes Heures de la Révolution”
di G. Lenotre André Castelot,
tomo III 

Dopo essere stata costretta ad abbandonare l’abbazia a seguito della soppressione degli ordini religiosi decretata dal nuovo governo, Charlotte venne raggiunta da un’ondata di notizie che scardinarono una ad una le sue certezze, colpendo nel vivo il suo spirito religioso ed inizialmente monarchico. Prima venne a conoscenza della tentata fuga del re, poi del sanguinoso assalto al palazzo reale delle Tuileries, dell’abolizione della monarchia, degli orrori dei massacri di settembre e, più tardi, dell’esecuzione del sovrano stesso, Louis XVI (21 gennaio 1793).

Tutto questo fece pericolosamente traballare il vaso già colmo che sarebbe traboccato l’estate che doveva seguire. Il disprezzo che Charlotte nutriva per le fazioni più estremiste della Convenzione nazionale aveva già raggiunto il culmine. Un nome in particolare accompagnava puntualmente ogni orrore di cui la città di Caen veniva informata, quello del giornalista e deputato alla Convenzione Jean-Paul Marat. 

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Jean-Paul Marat, deputato alla Convenzione nazionale (photo by © Gianni Dagli Orti/CORBIS)

Nella sua celebre rivista, L’Ami du Peuple (‘L’Amico del Popolo’), Marat si era felicitato di ogni azione violenta intrapresa ai danni dei nemici della Rivoluzione, massacri compresi, definendole misure necessarie al bene della Nazione.

Quando, nel giugno del 1793, Marat richiese ed ottenne la proscrizione dei suoi avversari politici, i Girondini per cui Charlotte simpatizzava, il vaso finalmente traboccò. Accusati del reato tanto grave quanto presunto di cospirazione, i girondini caduti nelle mani del Tribunale rivoluzionario finirono in gran parte davanti alla ghigliottina. L’avvocato Chauveau-Lagarde di cui sto tracciando l’incredibile vicenda in questa serie di articoli – e che tra poco entrerà in scena – fu uno dei difensori che tentarono, senza successo, di salvare la vita ai malcapitati.

In quel momento, la giovane si sentì chiamata ad agire, a fermare la follia che avrebbe altrimenti perduto il suo Paese. Il suo sacrificio avrebbe a un tempo salvato la Patria e magari ripristinato, agli occhi dei francesi moderati, l’onore di cui la sua famiglia era stata privata. 

Passionale di indole ma fredda di mente, senza confidarsi ad anima viva, la giovane venticinquenne lasciò Caen tutta sola per raggiungere la capitale in un giorno di luglio del 1793.

Giunta a Parigi, mademoiselle Corday si diresse subito nel centro della vita e dei commerci di allora, il celebre Palais-Royal, la residenze dell’ex-duca d’Orleans, cugino del defunto re, ormai noto come Philippe Égalité.

Le gallerie del duca d'Orléans
Le gallerie del duca d’Orléans a Palais-Royal a un passo dal Louvre, il primo centro commerciale moderno di Parigi.

Ad ogni piano occorre uno strumento appropriato e così, in una delle botteghe ospitate dalle gallerie del palazzo, Charlotte acquistò un lungo coltello senza sollevare il minimo sospetto. In tutta la vicenda, i suoi unici complici furono un viso d’angelo e un perfetto autocontrollo.

Ritratto di Charlotte Corday (1768-1793), Scuola francese (XVIII secolo)
Ritratto di Charlotte Corday, Scuola francese (XVIII secolo), ©Musée Lambinet

Pronta per colpire, Charlotte scrisse più volte al cittadino Marat domandando un’udienza privata, ma senza successo. Compose allora un biglietto in cui insinuava di essere in possesso di una lista di nomi di cospiratori che operavano a Caen. Prese il biglietto, nascose il coltello nel corsetto e si recò di persona a casa de “l’Amico del Popolo”, rue des Cordeliers (oggi corrisponde alla zona de l’École de Médecine sulla riva sinistra della Senna, VI arrondissement).

Charotte Corday, di Paul Jacques Aimé Baudry
Charotte Corday, di Paul Jacques Aimé Baudry (1860, photo from wikipedia)

Charlotte bussò alla porta e porse il biglietto, ma la compagna del deputato si rifiutò di farla entrare: il cittadino Marat stava facendo il bagno!
Disturbato dal trambusto, l’ignaro deputato domandò spiegazioni dalla vasca in cui era periodicamente costretto per via di una malattia della pelle. Il biglietto mendace finì così nelle sue mani e, pochi attimi dopo, Charlotte venne introdotta nella stanza. I due vennero lasciati soli. Quali pericolose intenzioni avrebbe potuto mai nascondere la bella di Caen?
La porta si chiuse e Marat domandò – penna alla mano – i nomi dei cospiratori che la visitatrice aveva promesso. La
 Corday non batté ciglio, estrasse il coltello e lo colpì al cuore.

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Jean-Jacques Hauer, L’assassinio di Marat per mano di Charlotte Corday, 1793, ©Musée Lambinet.

Senza nemmeno tentare la fuga, coperta del sangue del “mostro”, la giovane rimase in attesa di essere arrestata. Alle grida della compagna di Marat, accorse una folla che per puro miracolo non la linciò.

L'Assassinat_de_Marat
Jean-Joseph Weerts, l’assassinio di Marat (1880).

Dopo un surreale interrogatorio in cui Charlotte confessò tranquillamente d’aver agito intenzionalmente, premeditatamente e in completa autonomia, il processo ebbe inizio.

Arresto di Charlotte Corday
L’arresto di Charlotte Corday il 13 luglio 1793 (XIX secolo, anonimo della scuola di Sheffer, Musée du Barreau de Paris).

La notizia aveva fatto il giro della capitale in un baleno e l’aula era piena da scoppiare, tuttavia la delusione del pubblico fu grande quando, invece della feroce arpia che tutti si aspettavano, comparve la bella, giovane, calma e garbata Charlotte Corday. 

«Ho vendicato molte vittime innocenti, ho prevenuto molti altri disastri»,

aveva scritto la prigioniera il giorno prima per spiegare il suo gesto. 

Fu in quel momento che i destini del nostro Chauveau-Lagarde, uno dei difensori d’ufficio del Tribunale rivoluzionario, e la giovane assassina si incrociarono.

(Per conoscere gli inizi di carriera di quest’uomo dal destino straordinario, oppositore dello stesso Marat che abbiamo lasciato nella vasca da bagnoleggi Chauveau-Lagarde: l’avvocato che sfidò la Rivoluzione)

L’avvocato era presente al processo spinto più dalla curiosità che dalla necessità.
Non era stata certo la morte di Marat – suo grande nemico – a turbarlo, quanto piuttosto la completa follia del gesto che aveva posto fine alla sua vita.

All’inizio del processo, la cui sentenza era già certa per tutti, mancando un difensore per l’accusata, il presidente del tribunale Montané si guardò attorno. Fu allora che Lagarde venne notato tra il pubblico. Il presidente gli fece cenno di avvicinarsi e gli ordinò di incaricarsi della difesa della Corday… seduta stante!

Chuveau-Lagarde
Césarin Davin-Marivault, ritratto di Chuveau-Lagarde (inizio XIX sec, Musée du Barreau de Paris)

Lagarde prese posizione non senza un certo imbarazzo. Per un momento, incrociò lo sguardo glaciale di Charlotte che in sostanza significava: «Non provarci nemmeno». Charlotte Corday non voleva essere giustificata, non voleva essere assolta, non voleva aiuto. Aveva agito nel giusto eliminando «lo strazio della Francia» e non aveva nulla di cui pentirsi. Un caso semplice eppur complesso per il nostro povero Lagarde.

La Corday dimostrò d’aver accuratamente preparato il proprio processo. La risposte limpide e coerenti parevano pronte per essere trascritte e trasmesse ai posteri. Charlotte non era una stupida, né una sprovveduta: sapeva che il Tribunale rivoluzionario concedeva ai processi una pubblicità che faceva della giustizia un vero show. Perché non approfittarne?

L'assassinio di Marat
La celebre scena dell’assassinio di Marat per mano di Charlotte Corday realizzata con sculture di cera in occasione del centenario della rivoluzione (1889) al Musée Grévin. La vasca da bagno è quella originale proveniente dalla scena del crimine, acquistata per l’occasione dall’autore della composizione, monsieur Grévin.

Durante l’udienza, il presidente Montané indirizzò a Lagarde un biglietto in cui gli consigliava di basare la difesa sulla follia, unica strada per salvare la vita all’accusata, condannandola alla reclusione in un ricovero per alienati mentali. Poco più tardi, questa “gentilezza” costò la testa al presidente, riconosciuto colpevole di voler salvare una pericolosa cospiratrice. Bel clima disteso in cui lavorare, non c’è che dire!

Note di Lagarde sul processo di Charlotte Corday_Museee du Barreau de paris
Note di Lagarde sul processo di Charlotte Corday (Musée du Barreau de Paris).

La decisione finale di Lagarde sorprese tutti.
L’avvocato non umiliò Charlotte dimostrandone la pazzia, né provò a negare la palese premeditazione del gesto. Parlò solamente de «l’esaltazione del fanatismo politico» che le aveva «messo il pugnale nella mano», dimostrata dall’innaturale calma e dall’abnegazione dell’accusata.
“Grazie tante”, avranno pensato i presenti, “adesso dicci qualcosa che non sappiamo”. Furono in pochi a realizzare l’effetto che quella difesa inconsistente avrebbe avuto di lì a breve: Lagarde, avendo perfettamente compreso il desiderio di Charlotte, invece di una pazza ne aveva fatto una martire.
Al termine del processo – non è necessario dirvi quale fu la sentenza, vero? –, la Corday chiese di potersi avvicinare al suo difensore per dirgli:

«Monsieur, vi ringrazio del coraggio con il quale mi avete difeso in modo degno di voi e di me».

Charlotte Corday si diresse al patibolo senza un cedimento, né un segno di paura, certa di aver compiuto il suo dovere. Prima di partire, aveva scritto a suo padre:

“Addio mio caro papà, vi prego di dimenticarmi, o piuttosto di gioire della mia sorte la cui causa è bella. [… ]Non dimenticate questo verso di Corneille: «Il crimine, e non il patibolo, fa la vergogna».

La giovane dal viso d’angelo divenne, in tutta Europa, l’incarnazione sublime della controrivoluzione, il simbolo di un’anima dal sangue nobile che si offre in sacrifico per difendere i valori in cui crede. D’altra parte, con il suo gesto, Charlotte non arrestò – come era convinta – il turbine di violenza che avrebbe devastato il suo Paese, anzi lo accelerò facendo a sua volta di Marat un martire della Rivoluzione e dimostrando così la consistenza del complotto realista che la minacciava. Insomma, un gioco fatale riuscito solo a metà.

Lagarde Corday Marie-Antoinette
Al centro: l’avvocato Claude-François Chauveau-Lagarde (1756-1841); a destra: Charlotte Corday; a sinistra la regina Marie-Antoinette.

Per l’avvocato della cause perse, le sfide più dure erano appena iniziate. La più spaventosa sarebbe giunta quello stesso autunno 1793, in cui Lagarde avrebbe tentato di salvare la vita, o quanto meno di garantire una difesa degna, alla deposta sovrana di Francia, Marie-Antoinette. Posso garantirvi che, per quella posizione, non c’era la fila…