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Giverny: un giardino come una tavolozza, l’ossessione di un pittore

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Giverny path

Oggi i Palmipedoni sono usciti da Parigi per condurmi fino all’ingresso di un  nuovo, piccolo Paese delle Meraviglie unico nel suo genere, in quanto fatto essenzialmente di colori. Con gli occhi stanchi e felici ho appuntato qui il racconto che questa tavolozza di fiori, acqua e fronde mi ha lasciato. Non mi riferisco alla storia, quella la conoscono più o meno tutti gli amanti dell’arte, quanto all’idea che questo luogo ha materializzato ai tempi della sua creazione e che continua ad ispirare chi sa ascoltare, o meglio vedere.

Comincio dalla firma sull’opera: Claude Monet (1840-1926). Il pittore, uno tra i pochi che riuscì a far fortuna quando ancora era in vita, visse a Giverny dal 1883 fino alla sua morte, ossia 43 lunghi anni e pare che una parte di lui continui a viverci.

Claude Monet ritratto dal suo amico Pierre Aguste Renoir 10 anni prima che prendesse possesso di Giverny, e un anno prima che la rivoluzione artistica conosciuta come “Impressionismo” prendesse il nome dal suo quadro “Impression, Soleil Levant” (1874).

Al momento del suo acquisto, attorno alla celebre casa rosa non sorgeva che un orto, alberi da frutto e un viale di cipressi e abeti, un giardino come tanti altri nella verde Normandia. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa quel pezzo di terra sarebbe divenuto. Nessuno eccetto il pittore-giardiniere.

Giverny facciata

I Monet
Claude Monet (destra) e Alice Hóschedé (sinistra), seconda moglie del pittore che difese con inutile tenacia gli abeti di Giverny.

I lavori iniziarono e, mentre gli abeti di fronte alla casa venivano abbattuti per lasciar spazio alla celebre galleria di piante rampicanti, la seconda moglie del pittore, Alice, storceva il naso: dopo discussioni interminabili, aveva dovuto rinunciare ai suoi alberi preferiti. Del resto il cocciutissimo Claude era abituato a ottenere quello che voleva, se non “sempre”, di sicuro “prima o poi”.

Giverny tunnel
I tunnel di rampicanti che fecero tanto arrabbiare Alice un tempo, ma che incantano i visitatori ancora oggi. Foto scattata in una giornata assolata d’autunno.
Giverny giardino
La stessa galleria, in una giornata di pioggia d’estate.

Claude Monet creò il suo giardino un fiore alla volta, progettando effetti pittorici, prospettive, zone d’ombra e di luce, fino a comporre aiuole rettangolari di fiori ordinati per colore, come i settori di una tavolozza.

Agrifoglio Giverny

Fiori Giverny

Giverny Garden2

Tutto doveva servire a ispirare i progetti dell’artista più pignolo di Francia che, per di più, era capace di sfuriate spaventose se il maltempo gli impediva di dipingere in giardino. A quanto pare si aspettava di poter piegare persino il timido sole di Normandia al proprio volere!

Fiori Giverny

I colori e gli effetti delle “impressioni” seguono i ritmi delle fioriture. Così ad ogni stagione la tavolozza cambia e Giverny è un luogo completamente diverso.

Giverny garden

Fiori Giverny

Questo naturalmente andava tenuto in considerazione al momento della scelta delle essenze. Ciò mi spinge a ipotizzare che lavorare in giardino con Claude Monet potesse rivelarsi un’esperienza al di là dell’umana pazienza: come mai i cocciuti fiori non intendevano sbocciare secondo i suoi progetti pittorici?

Fiori Giverny

Fiori Giverny

Fu solo dieci anni dopo il suo arrivo a Giverny che Monet iniziò a dar vita al suo progetto più ambizioso: la realizzazione di uno stagno, uno specchio danzante in grado di intrecciare continuamente luci, colori e foschie per ispirare sempre nuove tele.

Più che semplice realizzazione, dovrei forse chiamarla “maniacale progettazione” che non trascurava un rametto, un petalo, un’ombra. Lo stagno delle ninfee fu la disperazione dei suoi giardinieri e uno di loro, in particolare, era incaricato di eliminare ogni singola foglia morta…

Stagno Giverny

Stagno Giverny

La passione di Claude Monet per l’arte giapponese è risaputa e lo stagno gli permise di portare in Francia un po’ di quelle forme, in particolare i ponti, che tanto aveva ammirato nelle stampe che decoravano le pareti della sua casa a Giverny. Se ne contano circa 250.

Stampa giapponese Stampa giapponese

Gatto Giapponese (XIX-XX secolo)
Gatto Giapponese (XIX-XX secolo)

 

Le bassin aux nympheas harmonie verte 1899 Monet
Le Bassin aux Nympheas, armonia verde, 1899, Musée d’Orsay.

Ottenuto lo stagno, l’atelier finora utilizzato non bastò a per contenere le idee di Claude Monet.

Atelier Monet Giverny
Il primo atelier di Giverny, troppo piccolo per ospitare le tele delle ninfee.

Giverny atelier

Il grande progetto delle serie di Nymphéas che il visionario pittore aveva in mente richiedeva uno spazio ben maggiore e così, un atelier appositamente studiato sorse accanto alla casa rosa per ospitare le gigantesche tele che avrebbero meravigliato il mondo (oggi, invece, ospita un immenso negozio di souvenirs). Monsieur Mai-Contento trovò che 300 mq potessero bastare. Fra quelle mura Claude Monet osò sfidare il Tempo: gli infiniti capolavori effimeri dell’acqua sarebbero stati catturati sulla tela.

Monet, Ninfee blu, (1916-1919), Musée d’Orsay.
Ninfee Marmottan
Le ninfee di Claude Monet al Musée Marmottan

L’ossessione del Tempo, del fuggire di ogni percezione, istante, respiro erano il fondamento di tutto il lavoro di Claude Monet e dei pittori impressionisti. Il Cappellaio Matto, che di Tempo se ne intende, è un vero appassionato dell’opera di questi pionieri dell’arte e li cita spesso (sempre a sproposito).

Considerando l’importanza che l’esatto colore dell’istante rivestiva per gli impressionisti e il carattere un tantino suscettibile di monsieur Monet, sono felice che il grande pittore non possa leggere il mio blog: penso che mi romperebbe il computer in testa, vedendo i suoi quadri così profondamente snaturati della loro autentica vibrazione da una mediocre riproduzione digitale. Scusa, Claude, ma vedrai che i quadri andranno a vederli lo stesso.

“… Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare…”

Claude Monet