Madame de Lavalette, un eroismo afflitto da terrore cronico

La clinica del dottor Esprit Blanche (1796-1852) e di suo figlio Émile (1820-1893) non fu un semplice ricovero per alienati mentali. La professionalità e la discrezione dei suoi due direttori garantirono alla clinica una “clientela”di qualità: nobili, personaggi in vista, attori, scrittori, artisti… Insomma, in certi momenti la maison assumeva i tratti di un bizzarro cenacolo culturale, specialmente il sabato sera alle famose serate aperte per i pensionanti liberi (non internati nella clinica, ma liberi di uscire) e gli amici del dottore. Non occorreva invitarsi: l’appuntamento era sempre alle 19:00.

Foto hotel de Lamballe
Una vecchia foto dell’hôtel de Lamballe, la seconda sede dell’asilo per alienati più “culturale” di Parigi (© Roger-Viollet) dal libro di Laure Murat, “La clinica del dottor Blanche” .

Sorta prima sul colle di Montmartre (1821), e poi nel bell’hôtel de Lamballe a Passy (1846), la clinica iniziò a raccogliere “alienati mentali” in un epoca in cui né la psichiatria, né la psicologia avevano ancora visto la luce!

(Se ti stai chiedendo come nacque la clinica di Esprit Blanche leggi : La clinica del dottor Blanche: la casa della follia che divenne leggenda)

Essendomi imbattuta in un’inedita miscela di eroico dolore, coraggio e solitudine, non potevo esimermi dal raccontare alcune delle storie più toccanti, le stesse che il dottor Blanche dovette trattare e che rischiano di venir dimenticate per sempre.

La prima è a dir poco rocambolesca e celebra l’eroismo di una donna innamorata, Émilie-Louise de Lavalette (1781-1855), nata Beauharnais. Questo cognome forse vi suonerà familiare e la cosa non è sorprendente: Émilie-Louise era la nipote di Joséphine de Beauharnais (1763-1814), prima moglie, e grande amore, di Napoleone Bonaparte.

Madame de Lavalette
Émilie de Beauharnais, contessa de Lavalette (1781-1855), ritratta da un artista sconosciuto nel primo quarto del XIX secolo (castello di Blois).
Josephine de Beauharnais, poi Bonaparte
Joséphine de Beauharnais, poi Bonaparte, imperatrice dei francesi dal 1804 al 1810 .

Momento gossip per i curiosi: la giovane Émilie si era innamorata del fratello minore di Napoleone, Luigi Bonaparte, amore ricambiato con passione, tanto che i due volevano sposarsi. Purtroppo però il fratellone Napoleone si mise di mezzo e proibì ogni proposito di unione. La ragione? Émilie era figlia di un emigrato: con la brutta aria che tirava ai tempi della Rivoluzione francese, suo padre, il marchese de Beauharnais, aveva deciso di fuggire onde evitare la sorte a cui il suo sangue blu lo avrebbe condannato (una sorte sicura come la morte, su questo devo convenire col marchese). Insomma, il padre di Émilie era considerato un traditore e Napoleone, che per la Rivoluzione aveva combattuto, non poteva permettere che suo fratello ne sposasse la figlia. Così il triste Louis fu costretto a rinunciare, ma non dimenticò mai Émilie, tanto da rievocarla nel romanzo che fece pubblicare anni più tardi, “Marie ou les peines de l’amour” (“Maria o le pene dell’amore”).

Luigi Bonaparte
Al centro dell’immagine si riconosce il profilo di Luigi Bonaparte (1808-1873), fratello minore di Napoleone I, dettaglio dell’Incoronazione di Napoleone di David.

Vista la sua posizione, Émilie fu praticamente costretta ad accettare la proposta di matrimonio del generale Antoine-Marie Chamans de Lavalette (1769-1830), a cui Napoleone aveva conferito il titolo di conte. Lei aveva diciassette anni, lui trenta. In principio, Émilie non dimostrò alcun particolare attaccamento per quel nuovo marito, ma qualcosa a un certo punto deve pur essere cambiato: da che mondo e mondo, non si rischia la propria vita per qualcuno di cui non ci importa niente!

chamans-de-lavalette-antoine-marie
Il conte de Lavalette, aiuto di campo di Napoleone che lo insignì del titolo di conte.

La fortuna della coppia doveva seguire quella dell’imperatore e così, finché Napoleone fu al potere, il conte de Lavalette e sua moglie furono ai vertici della società. Émilie, in particolare, era dama d’onore dell’imperatrice. Jacques-Louis David la ritrasse nella mastodontica tela, “L’incoronazione di Napoleone”(1805-1807), nell’atto di reggere il mantello di Joséphine.

David, incoronazione di Joséphine
Dettaglio dell’incoronazione di Napoleone (J.L. David).

Mme de Lavallette

Quando Bonaparte venne deposto, il conte gli rimase fedele, tanto da contribuire segretamente al suo ritorno (mi riferisco ai famosi 100 giorni).  L’impero, però, era destinato a cadere una seconda volta e, col ritorno definitivo dei Borbone, il conte venne arrestato, accusato di alto tradimento  e rinchiuso alla Conciergerie, la prigione da cui si usciva solo per incontrare la ghigliottina (1815).

Conciergerie
Il palazzo della Conciergerie sull’Île de la Cité visto dalla Senna.
Conciergerie interno
La sala delle guardie della Conciergerie. Durante la Rivoluzione era stata usata come cella comune perchè le prigioni erano colme.

Nei giorni che seguirono, la contessa de Lavalette venne vista spesso entrare e uscire dal palazzo reale col viso rigato di lacrime: andava a supplicare il re e la regina di risparmiare la vita a su marito, ma i sovrani avevano dato ordine di non riceverla. Il duca di Ragusa, amico dei Lavalette, osò persino farla nascondere nei suoi appartamenti pur di consentirle un incontro con la famiglia reale. Quando l’occasione giunse, la contessa si gettò ai piedi di re Louis XVIII implorando la grazia per suo marito, ma ricevette in risposta solo un inutile “vi compatisco, madame”. Émilie non si arrese e afferrò la veste della duchessa d’Angoulême, che altri non era che la primogenita di Marie-Antoinette e Louis XVI, i sovrani ghigliottinati sotto la Rivoluzione. Non era la pietà che mancava alla duchessa, la quale ben sapeva che una sua parola avrebbe potuto salvare il conte, ma esporsi per un personaggio così strettamente legato ai Bonaparte l’avrebbe gravemente compromessa con la fazione realista, i suoi più ferventi sostenitori. La duchessa d’Angoulême si riprese dunque il lembo della veste: per il conte non ci sarebbe stato alcun perdono. La politica è sempre politica, il periodo storico conta davvero poco!

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Marie-Thérèse Charlotte de France, duchessa d’Angoulême (1778-1851), figlia di Marie-Antoinette e Louis XVI. Il partito realista ne aveva fatto una martire vivente in piena Restaurazione. Si diceva fosse scontrosa e fredda, ma con quello che aveva passato non so cos’altro ci si potesse aspettare!

Émilie prese allora la decisione più inaspettata di tutte: se nessuno era disposto a salvare suo marito, ci avrebbe pensato lei stessa. Il conte inizialmente si oppose, considerati soprattutto i rischi a cui si sarebbe esposta sua moglie, ma Émilie fu irremovibile. Le lacrime fecero il resto.

Il giorno dopo la contessa si recò alla Conciergerie con sua figlia Joséphine, che allora aveva appena tredici anni, per cenare con suo marito per l’ultima volta. Approfittando dei pochi istanti di intimità concessi alla coppia, i due si scambiarono gli abiti. La contessa aveva scelto una lunga mantella e un’ampia cuffia con velo che avrebbero camuffato la figura del marito. L’impresa non era sicuramente semplice: lei era alta e sottile, lui basso e robusto! Inoltre, la cuffia era ornata da lunghe piume e le porte della prigione erano strette e basse, dunque Émilie raccomandò al conte e a sua figlia di non dimenticare di abbassarsi ad ogni passaggio. Per evitare di prendere il braccio di una guardia che aiutava sempre la contessa ad attraversare la corte e a montare in vettura, il conte era stato avvisato di fingere un malore, una crisi di pianto, così che Joséphine avesse potuto accorrere e prendere il suo posto.

Baronessa de Forget
Horace Vernet, la baronessa di Forget (1802-1886) nel 1826, ossia la piccola Joséphine una volta cresciuta (castello di Blois). Suo cugino, il celebre pittore Eugène Delacroix, nutrì per lei un sincero amore che durò per tutta la vita (ciò spiega perchè il pittore fosse presente al funerale di madame de Lavalette, come scrivo più sotto).
La tomba dei conti Lavalette al cimitero del Père Lachaise, divisione 36. Una placca commemorativa ricorda l’impresa eroica della contessa.
Tomba di madame de Lavalette
Placca commemorativa dell’evasione del conte de Lavalette.

Incredibilmente, il piano riuscì. Il conte si salvò, ma sua moglie non sarebbe più stata la stessa. I due mesi di prigione che dovette scontare spezzarono definitivamente il suo fragile equilibrio. La paura, la solitudine, i continui interrogatori e i rigori della reclusione ne fecero l’ombra del suo stesso terrore. Rilasciata in libertà provvisoria per via del suo stato di salute, tornò a casa afflitta da manie di persecuzione. Non si fidava più di nessuno, parlava lontana da pareti e caminetti convinta di essere continuamente spiata. Si convinse dell’infedeltà del marito in esilio. Quando il conte tornò, nel 1822, lei non lo riconobbe.

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Madame de Lavalette, paziente del dottor Blanche

L’unica soluzione possibile fu quella di portarla dal dottor Esprit Blanche che aveva aperto la sua clinica a Montmartre da poco più di un anno. Qui avvenne quella che venne definita “una guarigione miracolosa” e la contessa poté ritornare a casa decisamente migliorata, anche se la malinconia non la abbandonerà mai. Sopravviverà venticinque anni a suo marito.

Quante cose da dire su questa defunta, morta da quarant’anni, fantasma impotente nel deterioramento profondo in cui l’abbiamo vista!
dal diario del pittore Eugène Delacroix presente al funerale,
il 20 giugno 1855
Delacroix autoritratto
Eugène Delacroix (1798-1863), Autoritratto con gilet verde (1837)

Una cosa da dire forse resta, ed è che se per avere coraggio occorre prima di tutto avere paura, Madame de Lavalette dimostrò ciò che può essere definito, senza timore di esagerare, puro eroismo.