Marie Antoinette processo

Marie-Antoinette: il processo dell’ultima regina di Francia

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Nell’agosto 1793, la deposta sovrana Marie-Antoinette, conosciuta ormai come la “vedova Capeto” dopo l’esecuzione del re Louis XVI, venne trasferita dalla prigione del Tempio alla Conciergerie, conosciuta anche come l’anticamera del patibolo.

Conciergerie
La Conciergeriefu il primo palazzo reale di Francia prima di trasformarsi in prigione. Oggi è monumento nazionale.

La tensione era altissima, le truppe nemiche avanzavano inesorabili e i complotti per liberare la regina dalla sua cella si moltiplicavano. A ottobre, l’avvocato Billaud-Varenne propose alla Convenzione di liberarsi del problema una volta per tutte:

«Una donna, vergogna dell’umanità e del suo sesso, la vedova Capeto, deve infine espiare le sue colpe sul patibolo»

Questa frase restituisce un’idea del clima che avvolgeva sia il dibattito politico, che l’amministrazione della giustizia. Come si intuisce dalle “delicate” parole di Varenne, Marie-Antoinette non andava giudicata, ma condannata.

L’inizio del processo venne fissato per il 14 ottobre e come difensori d’ufficio furono designati Tronson du Courday e Chauveau-Lagarde (il protagonista di questa serie di articoli).

Alexandre_Tronson_Ducoudray
Alexandre Tronson du Coudray (1750-1798, photo from Wikipedia)
Chuveau-Lagarde
Césarin Davin-Marivault, ritratto di Chuveau-Lagarde (1756-1841), inizio XIX sec, Musée du Barreau de Paris.

I due avvocati si conoscevano bene, ma non ebbero molto tempo per organizzarsi.
Lagarde, in particolare, si trovava in campagna fuori Parigi, quando gli venne comunicato che, l’indomani mattina alle otto, i dibattiti sarebbero cominciati. Nessuna fretta, faccia con comodo, Monsieur Lagarde.

Come già abbiamo visto in occasione del processo alla bella Charlotte Corday, il difensore dei casi disperati si era già più volte imbattuto nei “modi” del Tribunale rivoluzionario e quindi, senza perdere altro tempo, si precipitò a Parigi per incontrare Marie-Antoinette nella sua cella.

Marie-Antoinette in lutto
Marie-Antoinette in lutto, Alexandre Kucharski (fine XVIII secolo, Centre des monuments nationaux)

La situazione era delicatissima: esporsi per “l’Austriaca” rappresentava un rischio enorme, ma a Lagarde il coraggio, bisogna ammetterlo, non mancava. Ecco, forse un pochino gli mancò quando lesse lo spaventoso atto d’accusa: cospirazione contro la libertà del popolo francese, dilapidazione dei beni pubblici, spionaggio ai danni della Nazione… Peggio di così non avrebbe potuto andare, i capi d’accusa erano gravissimi e la mole di lavoro che si prospettava era impressionante.

Lagarde propose allora a Marie-Antoinette di richiedere formalmente un rinvio di almeno tre giorni dell’inizio del processo. Non si illudeva di poterlo ottenere, ma la firma della regina avrebbe almeno avuto maggior peso della sua.
«A chi dovrebbe essere indirizzata la richiesta?», chiese Marie-Antoinette.
Lagarde deglutì: «Alla Convenzione».
La fiera figlia di Maria Teresa d’Asburgo si palesò allora in tutta la sua indignazione: «No, no, mai!».

Marie-Antoinette nella sua cella alla Conciergerie (photo from History and other thouhts)

L’idea di piegarsi a chiedere qualcosa ai suoi peggiori nemici, ai carnefici della sua famiglia, ai responsabili di ogni sua sventura – sarebbe a dire i deputati della Convenzione nazionale – per quella donna travolta dagli eventi che non aveva perso nulla del suo spirito combattivo, era assolutamente inaccettabile.
Lagarde, però, era molto abile con le parole e riuscì a convincerla, precisando che la domanda andava redatta a nome dei suoi difensori – non suo – e che bisognava considerare anche le persone che sarebbero state coinvolte indirettamente dall’esito del processo, come i suoi poveri figli, i cognati, gli amici rimasti fedeli…
Touchée! La regina cedette, ma la famosa domanda non raggiunse mai la Convenzione: venne ritrovata anni dopo, tra le carte di Robespierre.

L’indomani mattina, Marie-Antoinette percorse il corridoio che separava la sua cella dalla sala dove si riuniva il Tribunale rivoluzionario.

Galleria tribunale prigioni
Il corridoio del Palazzo di giustizia che separava la sala del Tribunale rivoluzionario dalle celle dei prigionieri della Conciergerie.
Sala del tribunale Grande Chambre
La “Grand’Salle” del Palazzo di Giustizia fu sede del Parlamento francese in epoca medievale. Il Tribunale rivoluzionario tenne qui le sue sedute.
Sala del tribunale Grande Chambre soffitto
Dettagli della decorazione del soffitto della “Grand’Salle” ricreati dopo l’incendio appiccato ai tempi della Comune del (1871).

Per prima cosa, il presidente del Tribunale Herman presentò la giuria: un liutaio, un parrucchiere, un tipografo, un pittore, un cappellaio, un carpentiere, un cerusico… tutti ferventi patrioti, cela-va-sans-dire!
Lagarde si trovava ancora una volta di fronte al suo avversario numero uno, il temutissimo accusatore pubblico del Tribunale, Fouquer-Tinville.

Antoine Quentin de Tinville detto Fouquier-Tinville
Antoine Quentin de Tinville detto Fouquier-Tinville, il terribile accusatore pubblico del Tribunale rivoluzionario.

Dopo aver ascoltato i testimoni (quarantuno in due giorni!), i difensori di Marie-Antoinette si rassicurarono un po’: nessuno di questi aveva portato alcunché di sostanziale a sostegno delle accuse.

Consapevole dell’inconsistenza delle prove a disposizione, uno degli accusatori, l’implacabile Hébert, ebbe l’infelice idea di aggiungere un’ulteriore imputazione a quelle già discusse, onde sgretolare l’umanità residua della figura di Marie-Antoinette, ossia l’incesto con il figlio Louis.
Venne mostrata come prova una confessione scritta e firmata dal bambino, che allora era rinchiuso nella prigione del Tempio. Il documento, per la verità, era redatto con una grafia tremante ed incerta, molto diversa da quella abituale del Delfino. Ciò fa supporre che Louis dovesse essersi trovato sotto l’effetto di qualche sostanza, probabilmente di alcolici.

In un primo momento Marie-Antoinette tacque, lo sguardo come svuotato. Poi, sollecitata a rispondere, esplose in tutto il suo sdegno:

«Se non ho risposto, è perchè la natura stessa si rifiuta di rispondere a una tale accusa mossa ad una madre. Mi appello a tutte quelle che possono trovarsi qui!»

Bouillon Processo Marie-Antoinette
Il pittore Pierre Bouillon immortalò il momento più celebre del processo di Marie-Antoinette, il 15 ottobre 1793 (©Musée Carnavalet). Volendo essere precisi, Marie-Antoinette era in abito da lutto scuro, non bianco, e si trovava con i suoi difensori a destra dell’accusatore pubblico, non alla sinistra. In primo piano si riconosce Hébert grazie al dettaglio della copia del suo giornale che gli spinta dalla tasca, “Le Père Duchesne”. Dietro si lui, un uomo dall’aspetto poco raccomandabile è stato talvolta identificato come Simon, il carceriere incaricato della custodia del piccolo Louis XVII e, dietro la regina, si intravede Lagarde (photo from Wikipedia).

Hébert ottenne l’effetto contrario a quello atteso: le proteste contro la disgustosa accusa iniziarono a dividere pericolosamente l’opinione della sala.
Riprendendo posto, Marie-Antoinette chiese a Lagarde se non avesse «messo troppa dignità nella sua riposta».
«Perché mi fate una domanda simile?»
«Ho udito una donna tra il pubblico che diceva: “Guarda com’è fiera!”», spiegò la regina e l’avvocato la invitò a non preoccuparsi, trovando certamente che quello fosse l’ultimo dei suoi problemi.

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La vedova Capeto al tribunale (photo from Gallica)

Nonostante questo fortunato coup de théâtre, la situazione rimaneva in bilico.
Terminati i dibattiti (dopo tredici ore di udienza!), a Lagarde e Coudray vennero concessi ben quindici minuti per organizzare la loro arringa finale. Nessuna fretta, come al solito!
I due ebbero appena il tempo di dividersi i capi di accusa: Lagarde si sarebbe occupato dell’accusa di cospirazione con i nemici stranieri, Coudray della cospirazione cosiddetta “interna” al Paese.

Appunti Lagarde difesa Marie-Antoinette
Gli appunti di Lagarde per l’arringa di difesa di Marie-Antoinette. Esaminando il documento, gli appunti si fanno sempre più disordinati e sintetici sotto la pressione della corsa delle lancette (Musée du Barreau de Paris).

Entrambi si distinsero per la combattività ed il coraggio delle loro arringhe in gran parte improvvisate.
I due avvocati parlarono per tre lunghe ore, durante le quali i capi d’accusa vennero respinti uno ad uno e non, come sostenne il giornale Le Moniteur, invocando “la clemenza del tribunale”.
La parole conclusive di Lagarde donano un assaggio del suo tono:

«…nulla può eguagliare l’apparente gravità dell’accusa, se non forse la ridicola nullità delle prove».

Lagarde,
dalla difesa di Marie-Antoinette.

Lagarde aveva ragione – su questo non ci piove — ed il verdetto di colpevolezza, pronunciato alle quattro del mattino del 16 ottobre, lo sconcertò.

Nella realtà, le prove di un passaggio di informazioni militari all’imperatore d’Austria Giuseppe II da parte di sua sorella Marie-Antoinette vennero ritrovate, ma solo in seguito all’esecuzione della regina. Lo ripeto: il Tribunale rivoluzionario non aveva mai avuto il compito di giudicare Marie-Antoinette, bensì quello di condannarla.

Georges Cain, Marie-Antoinette esce dalla Conciergerie (Dépôt du musée Carnavalet, photo from Flickr)

Non ci fu tempo, per i due avvocati, di riprendersi dalla delusione e dalla spossatezza: appena terminato il processo, i due vennero arrestati e rinchiusi a loro volta alla Conciergerie.

Lagarde e Coudray subirono un lungo interrogatorio a proposto di presunte confidenze che l’ex-sovrana gli avrebbe fatto.
Nonostante il gravissimo sospetto che gravava su di loro, ossia quello di simpatizzare con i realisti e di aver difeso “troppo bene” la regina, i due avvocati non subirono la stessa tragica fine di colei che non erano stati in grado di salvare.
Vennero rilasciati il giorno dopo.
Con qualche capello bianco in più, immagino.