Pierrot

Pierrot, maschera prediletta della bohème

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Pierrot è una delle maschere più amate del mondo artistico, letterario e musicale parigino.

Le sue rappresentazioni sono un po’ ovunque, ma furono gli artisti di Montmartre – la bohème degli anni 1880 – ad eleggerlo come propria mascotte a cavallo tra XIX e XX secolo.

Parce Domine Willette
Parce Domine, Parce Populo Tuo (‘Perdona, signore, perdona il popolo tuo’), considerata l’opera maggiormente rappresentativa della bohème degli anni 1880, decorava le pareti del celebre cabaret du Chat Noir. Il suo autore, Adolphe Willette, fece di Pierrot un’icona della sua generazione (1884, Musée de Montmartre, photo from Wikipedia).

Eppure le origini di Pierrot non sono francesi, bensì italiane. Nato nell’ambiente sbarazzino della Commedia dell’Arte italiana di fine Cinquecento, l’originario Pedrolino conobbe i palchi francesi solamente a partire dal 1673, sotto il regno del Re Sole, Louis XIV.

Il suo nome venne tradotto in francese come petit Pierre, (‘piccolo Pietro’), in seguito tramutato in Pierrot.

Gilles_Watteau
Jean-Antoine Watteau, Pierrot detto Gilles (1718-1719, Musée du Louvre).

Ai tempi della sua comparsa, Pierrot parlava.

Divenne muto solamente a partire dal 1820, grazie alle leggendarie performances del mimo franco-boemo G. Deburau (1796-1846), presso lo scomparso Théâtre des Funambules (‘Teatro dei Funamboli’) di Parigi. 

TheatreFunambulesAdolpheMartialPotemont
Il Théâtre des Funambules in boulevard du Temple prima della sua demolizione avvenuta nel 1862 (dettaglio d’un quadro d’Adolphe Martial Potémont, musée Carnavalet, photo from Wikipedia).

Debureau fece perdere a Pierrot gran parte dell’astuzia e della doppiezza caratteristiche del personaggio italiano, per trasformarlo in un personaggio sfortunato, malinconico, poetico, innamorato della luna, oppure dell’incostante Colombina che puntualmente gli spezza il cuore.

Cuffia nera, sguardo triste, abito bianco e nemmeno una parola: Deburau fissò i tratti tipici del Pierrot che conosciamo, ma le evoluzioni parigine del personaggio non sono affatto finite.

Deburau Pierrot
Un segnalibro con un dettaglio di una pittura su porcellana realizzata da Arsène Trové, da un’opera di Auguste Bouquet, rappresentante il mimo Jean-Baptiste Deburau (1835, Musée Carnavalet).

Verso la fine del XIX secolo, un altro artista – una delle anime della Montmartre della Belle Époque – reinventò il personaggio.

Adolphe Willette (1857-1926), autore dell’insegna del celebre cabaret du Chat Noir e del design della prima facciata del Moulin Rouge,avrebbe conferito al personaggio un indelebile tocco bohémien.

Insegna Chat Noir
L’insegna del cabaret du Chat Noir disegnata da Willette, (1881, Musée Carnavalet).

Gli spettacoli dei clown e mimi americani Hanlon-Lees, che proprio in quegli anni animavano i teatri parigini, stuzzicarono l’immaginazione dell’artista che non perdeva uno spettacolo.

«Non trascorro una sera senza andarli a vedere alle Folies-Bergère», scriveva.

La locandina, realizzata da Jules Chéret, altra figura emblematica del panorama artistico del tempo, raffigurava i clown e le loro acrobazie compiute in elegante abito nero. Willette trasse certamente ispirazione da questa: la nuova mascotte di Montmartre avrebbe rivestito la medesima tenuta scura.

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Jules Chéret, locandina per gli spettacoli dei Hanlon-Lees alle Folies-Bergère (1875, photo from Gallica).

I disegni che Willette improvvisava ai tavoli del cabaret du Chat Noir gli valsero il soprannome del suo personaggio preferito, al punto che il malinconico clown divenne una sorta di suo alter ego.

PierrotWillette
Pierrot, disegnato da Willette (Musée de Montmartre).

Pierrot nero incarnava perfettamente lo spirito della bohème parigina e dei suoi rappresentanti.

Simbolo del poeta galante perseguitato dalla sventura, squattrinato e irriverente, Pierrot divenne il vendicatore mascherato delle ingiustizie della società borghese.

Marcellin Desboutin, Adolphe Willette travestito da Pierrot Noir, 1896.
Marcellin Desboutin, Adolphe Willette travestito da Pierrot Noir, 1896.

Le vignette di Willette legarono indissolubilmente Pierrot all’immagine dell’artista vittima di un destino tragico ineluttabile, di un’autentica vocazione al fallimento.

Le avventure di Pierrot ricordavano quelle dell’individuo romantico, goffo, tenero, totalmente incompatibile con una società ossessionata dal profitto.

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Adolphe Willette, «Pierrot Blanc, Pierrot noir, vi faccio cavalieri del Chiaro di Luna; andate, boicottate e divertitemi!», copertina del settimanale Le Pierrot (6 luglio 1888, Musée Montmartre).

In quegli anni, alla maschera più amata dagli artisti venne dedicato un melodramma, intitolato Pierrot Assassin, interpretato dalla celeberrima attrice Sarah Bernhardt, sempre attenta alle evoluzioni del gusto (1883).

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Nadar, Sarah Bernhardt in costume da Pierrot (1883, Médiathèque de l’architecture et du patrimoine).

Ma Pierrot, si sa, non è capace di star fermo e ben presto abbandonò la butte Montmartre per attraversare gli oceani e subire un ulteriore evoluzione nella tenera figura di Charlot, il vagabondo di Charlie Chaplin, che fece la sua comparsa sugli schermi nel 1914.

Charlot aveva forse un aspetto diverso, ma ereditava da Pierrot l’insofferenza per le ingiustizie, il cuore grande, la vocazione ad amare e a fallire.

Charlie Chaplin come Charlot
(photo from lucamaggio.wordpress.com)

Il mito del mimo Deburau del Théâtre des Funambules venne immortalato nel celebre film di Marcel Carné, intitolato Les Enfants du Paradis (tradotto in italiano come ‘Gli amanti perduti’), sceneggiatura di Jacques Prévert.

L’opera, girata nel 1945, anno in cui la Francia si trovava ancora sotto l’occupazione della Germania nazista, è ad oggi considerata uno dei capolavori del realismo poetico.

Les Enfants du Paradis
Scena tratta dal film “Les Enfants du Paradis”. Il mimo Deburau – rappresentato dal protagonista Baptiste – è interpretato da Jean-Louis Barrault (photo from bfi.com.uk).

Pur perseguitato dalla sfortuna, Pierrot non smette di evolversi e di venir celebrato dal mondo artistico moderno, forse perché il senso d’impotenza che condivide con le anime poetiche, negli anni, non è diminuito.

« Dove vai Pierrot?

Pallido e triste,

così senza un sorriso giocondo,

cerchi l’amore nel mondo.

Che vuoi sperare dalla vita quaggiù,

quando c’è gente che non ama più? »

Dalla canzone “Canta Pierrot” di Sergio Endrigo (1963)